Curare non è un atto di polizia
Il mondo sanitario insorge contro le nuove norme europee e nazionali: “Gli screening medici si facciano negli ospedali, non in Questura. Rischiamo di diventare burocrati del confinamento”.
Può un medico, nel fare il proprio lavoro, trasformarsi involontariamente in un ingranaggio della macchina delle espulsioni?
È il drammatico interrogativo sollevato da un appello senza precedenti firmato dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) insieme a colossi del soccorso umanitario come Medici Senza Frontiere ed Emergency. Un documento indirizzato direttamente al Ministero della Salute, ma che bussa soprattutto alle porte delle nostre istituzioni locali: ASL, ospedali, Ordini dei medici e Prefetture.
Al centro della bufera ci sono gli effetti concreti sul territorio del Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e dell’Asilo (scattato il 12 giugno scorso) e del contestuale Decreto-Legge italiano n. 100/2026.
Norme passate quasi sotto silenzio nel dibattito pubblico, ma che per i camici bianchi aprono una frattura etica insanabile: la cosiddetta “securitizzazione della cura”. In parole semplici, il rischio che la medicina venga arruolata come strumento di pubblica sicurezza.
Il “semaforo amministrativo” in Questura
L’allarme dei medici tocca la quotidianità delle strutture sanitarie locali. Le nuove circolari ministeriali impongono infatti tempi perentori (da 3 a 7 giorni) per sottoporre i migranti appena rintracciati a uno screening sanitario e della vulnerabilità fisica e mentale. Fin qui sembrerebbe una tutela, se non fosse per due dettagli organizzativi che i medici definiscono “inaccettabili”.
Il primo riguarda il luogo: il Ministero invita a privilegiare i locali delle Questure. “Un’anamnesi dignitosa richiede privacy, tempo e fiducia” ricordano i firmatari. Per chi ha subito traumi e violenze lungo le rotte migratorie, la Questura è il simbolo del trattenimento e della sanzione; sottoporre lì una persona a una valutazione clinica distrugge la neutralità terapeutica.
Il secondo punto critico è la qualità dei controlli. In regioni come la Lombardia, per garantire la copertura dei flussi h24, si è già aperta la caccia a medici non specialisti e liberi professionisti “a gettone”. Il rischio? Identificare traumi da tortura, disturbi post-traumatici (PTSD) o patologie complesse come la tubercolosi rischia di ridursi a una formalità frettolosa. I dati clinici raccolti finiscono poi direttamente nel SIA (il sistema informatico del Ministero dell’Interno gestito dalla Polizia), diventando di fatto il “via libera biologico” per il confinamento o il respingimento immediato.
La resistenza dei camici bianchi
I medici e le associazioni locali chiedono alle istituzioni del territorio di fare scudo a difesa dell’Articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale di ogni individuo. Le richieste sono nette: rifiutare i protocolli che prevedono visite mediche dentro gli uffici di polizia, garantire che gli screening avvengano solo nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale con mediatori culturali, e blindare il segreto professionale impedendo il travaso automatico delle cartelle cliniche nei database delle forze dell’ordine.
“Chi ha prestato il Giuramento di Ippocrate ha l’obbligo di difendere la vita senza discriminazioni” conclude l’appello. I medici del territorio chiedono di poter continuare a curare le persone, non di certificarne l’idoneità alla detenzione.
Focus Clinico: L’impatto della detenzione nei CPR sulla salute mentale
L’appello dei medici solleva un punto cruciale: le procedure del Nuovo Patto non si limitano a intercettare la vulnerabilità psicologica dei migranti, ma rischiano attivamente di produrne di nuova.
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) – dove il trattenimento può estendersi fino a 24 mesi – sono definiti dalla letteratura scientifica internazionale come contesti strutturalmente patogeni. Ecco cosa accade alla mente umana all’interno di queste strutture, secondo le evidenze cliniche:
1. La “Sindrome da Confinamento” e l’ansia da incertezza
A differenza del carcere, dove la pena ha un inizio e una fine certa legata a un reato, la detenzione amministrativa nei CPR è caratterizzata da una profonda indeterminatezza giuridica. Il migrante non sa se, quando o dove verrà rimpatriato. Questa mancanza di controllo sul proprio futuro genera:
- Iperattivazione del sistema nervoso: Uno stato costante di allerta e minaccia percepita.
- Angoscia claustrofobica: Accentuata dal mix di inattività forzata e sovraffollamento.
2. Ri-traumatizzazione del disturbo post-traumatico (PTSD)
Una percentuale altissima di persone migranti (in particolare richiedenti asilo) presenta già un quadro di disturbo post-traumatico legato a violenze subite nei paesi d’origine o nei centri di transito (es. la Libia).
- L’ambiente del CPR (sbarre, sorveglianza armata, perquisizioni, isolamento) agisce come un potentissimo trigger ambientale.
- Il cervello associa il contesto presente alle torture passate, provocando flashback continui, attacchi di panico acuti, dissociazione e grave insonnia.
3. La triade della disperazione: Depressione, Autolesionismo, Suicidio
Quando il confinamento si protrae e le speranze di regolarizzazione crollano, la sofferenza psichica si esprime spesso attraverso il corpo. Le statistiche cliniche interne ai CPR (documentate da report storici di MEDU e del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Detenute) evidenziano tassi drammatici di:
- Autolesionismo protocollare: Tagli, ingestione di corpi estranei (pile, lamette, chiodi) e introduzione di sostanze tossiche, spesso usati come unico strumento estremo per protestare o per essere trasferiti d’urgenza in ospedale.
- Ideazione e tentativi di suicidio: Frutto di una depressione maggiore reattiva, legata al senso di intrappolamento.
- Abuso farmacologico indotto: Un utilizzo massiccio e spesso incontrollato di psicofarmaci (soprattutto ansiolitici e ipnotici) erogati per sedare l’ansia e contenere le tensioni all’interno dei centri, che crea dipendenza e altera i quadri clinici preesistenti.
Il paradosso del medico nei CPR: Quando l’atto medico (la scheda di vulnerabilità o il “tavolo vulnerabilità territoriali”) viene utilizzato per valutare l’idoneità di una persona alla “vita in comunità ristretta”, la medicina cessa di essere terapeutica e diventa lo strumento che valida la permanenza del paziente in un luogo che lo sta facendo ammalare.

