La Grande Storia? Passa in piazza Massaua

A Torino nell’ex stabilimento
Venchi Unica in piazza Massaua è iniziato il ciclo di otto incontri dedicati alla storia contemporanea,
organizzato dalla Miniera Culturale in Periferia,
con la partecipazione
di nove studiosi.
Martedì 3 febbraio,
per la prima serata,
la sala si è riempita di pubblico per ascoltare
Giangiacomo Migone
e Marco Mariano, docenti dell’Università di Torino

Il passato parla al presente (e al futuro)
Migone e l’arte di leggere la storia

Nel presentare il ciclo Migone ha ricordato il filo rosso che legherà tutti gli incontri: per capire il presente – e intuire il futuro – è indispensabile interrogare il passato. Riprendendo una celebre lezione di Benedetto Croce, ha insistito sull’idea che “ogni storia è storia contemporanea”: anche quando studia il Medioevo, lo storico porta con sé sensibilità, valori, domande del proprio tempo.
Non esiste una storia con la S maiuscola, neutra e definitiva, ma una pluralità di ricostruzioni, che vanno valutate criticamente. Per spiegare quanto la percezione condizioni il racconto dei fatti, Migone ha evocato un incidente cui assistette anni fa: lui e due amiche, pur avendo visto la stessa scena, fornirono alla polizia tre versioni diverse, tutte in buona fede.
Un piccolo “Rashōmon” quotidiano, ha osservato, come nel film di Kurosawa.
Da qui il passaggio al cuore del tema: le rivoluzioni democratiche sono processi complessi, attraversati da contraddizioni profonde.
Migone ha ricordato come i padri fondatori degli Stati Uniti, autori della Dichiarazione che proclama tutti gli uomini “creati uguali”, non abolirono la schiavitù, che anzi continuarono a praticare: Thomas Jefferson, tra i più illustri, era un grande proprietario di schiavi. Una frattura che pesa ancora oggi nella vita politica americana.
Il professore ha richiamato i pericoli che corre la democrazia negli Stati Uniti, tra decisioni presidenziali che mettono in discussione l’indipendenza degli Stati federati e un clima esasperato sul tema dell’immigrazione, in un Paese costruito da ondate successive di migranti – italiani compresi.
Anche su questo terreno, ha aggiunto, il confronto con l’Europa è istruttivo: in Italia siamo abituati a considerare normale l’esibizione dei documenti, retaggio anche della storia novecentesca; negli Stati Uniti, dove non esiste carta d’identità obbligatoria, il controllo dei documenti è percepito come un passo verso un potere arbitrario.
Migone ha poi accennato alle complicazioni del sistema elettorale americano, con regole diverse da Stato a Stato e da contea a contea, che alimentano la possibilità di contestare ogni risultato. E ha chiuso con un avvertimento: non tutto è frutto di complotti, anche se le cospirazioni esistono; una domanda però va sempre posta, di fronte a ogni evento opaco: chi ne trae vantaggio? Non è la verità definitiva, ma un punto di partenza più solido di molte narrazioni complottiste.
Mariano: le tre rivoluzioni e le basi dell’età liberale
Inghilterra 1688, America 1776, Francia 1789
Se Migone ha fissato il quadro metodologico, a Mariano è toccato il compito di entrare nel merito delle tre rivoluzioni che aprono l’età liberale.
Lo storico ha proposto una lettura di insieme
1) la rivoluzione inglese come rivoluzione “liberale”, che limita il potere assoluto del sovrano e inaugura una monarchia costituzionale;
2) la rivoluzione americana come rivoluzione “repubblicana”, che rompe con la monarchia in quanto istituzione incompatibile con la libertà;
3) la rivoluzione francese come rivoluzione “democratica”, in cui la novità è la partecipazione politica attiva dei cittadini, pur limitata dal censo.

Mariano ha però avvertito il pubblico contro ogni illusione di linearità.
Dall’Inghilterra del Seicento alla Francia del 1789, passando per l’America coloniale, i processi non seguirono un copione prestabilito: furono segnati da crisi dinastiche, guerre costosissime, conflitti religiosi, tensioni sociali.
Così la guerra civile inglese, la decapitazione di Carlo I, la breve repubblica di Cromwell e la Gloriosa rivoluzione del 1688 non furono tappe ordinate ma un susseguirsi di “strappi” e restaurazioni, al termine del quale il Bill of Rights (Legge sui Diritti) fissò il principio di un potere reale limitato dal Parlamento e dalla legge.
Sul versante atlantico, Mariano ha ricordato come i coloni nordamericani si considerassero a lungo leali sudditi britannici, pronti a contestare le tasse ma non l’autorità del re. Fu la guerra dei Sette anni, con il suo enorme costo fiscale, a innescare la frattura: l’aumento delle imposizioni e la presenza delle truppe di Londra nelle colonie alimentarono un crescendo di tensione, fino a trasformare la rivendicazione di “no taxation without representation” (“nessuna tassazione senza rappresentanza“) in un rifiuto radicale della monarchia.
La Dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776, impregnata di illuminismo europeo, tradusse in forma politica l’idea dei diritti naturali – vita, libertà, ricerca della felicità – e affermò il diritto-dovere dei cittadini di rovesciare un governo che non li garantisca.
Anche qui, però, le ombre sono forti: molti leader rivoluzionari erano proprietari di schiavi, e il diritto universale proclamato escludeva donne, neri, popolazioni indigene.
Una contraddizione che ricompare, ha ricordato Mariano, anche nella Francia rivoluzionaria. La crisi dell’Antico Regime – logorato da debiti di guerra, carestie, tentativi falliti di colpire i privilegi fiscali di nobiltà e clero – sfocia nel 1789 nella convocazione degli Stati generali, nella nascita dell’Assemblea nazionale, nella presa della Bastiglia e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Da lì si susseguono fasi diverse: monarchia costituzionale, repubblica giacobina del Terrore con suffragio universale maschile, reazione termidoriana, Direttorio e infine l’ascesa di Napoleone. Fasi che la storiografia continua a interrogare, discutendo se si sia trattato di una rivoluzione “borghese”, di un prodotto dell’illuminismo, di una mobilitazione realmente popolare.
Quel che è certo, per Mariano, è il passaggio da una società di sudditi, fondata su ordini e privilegi, a una società di cittadini, almeno sul piano dei principi.
In chiusura, il docente ha invitato a leggere le tre rivoluzioni come parti di un’unica stagione atlantica: un mondo già allora interconnesso, in cui idee, libri, persone e interessi economici viaggiavano senza sosta tra Londra, Parigi, Filadelfia e le colonie caraibiche.
La crisi degli imperi, le guerre, l’esplosione dei costi fiscali e militari furono, in forme diverse, la matrice comune di quegli sconvolgimenti.
Un’eredità con cui, ha lasciato intendere Mariano, facciamo ancora i conti, ogni volta che discutiamo di democrazia, diritti e limiti del potere.
(a cura di Bruno Andolfatto, giornalista de La Valsusa)

