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Politica estera, identità e innovazione: le sfide dell’Europa nel mondo che cambia

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Il Professore a Torino, in una chiesetta di periferia in via Col di Lana al confine con Collegno, su invito della Miniera Culturale. L’intervista con il direttore de La Stampa Andrea Malaguti. “L’Europa si è allargata troppo? Forse. Ma il problema è che l’Italia ha smesso di parlare. Il prezzo dell’irrilevanza: cosa abbiamo perso in Europa e perché. Il  Papa  parla di Intelligenza Artificiale mentre la  politica italiana guarda al passato e lo si è visto nel referendum sul Job Act. La democrazia? Si svuota quando vota solo il 30%”

(a cura di Bruno Andolfatto)

Andrea Malaguti:  Professor Prodi, l’Europa è in crisi?

Romano Prodi:
Sì, siamo in crisi. Uno degli errori più grandi è stato affidare la politica estera e quella di difesa ai Paesi baltici, che hanno una visione molto specifica, quasi ossessionata dalla minaccia russa. L’Unione Europea ha mille chilometri di confine con la Russia. Non è un dettaglio: è un pericolo reale, e non lo abbiamo gestito con la prudenza che serviva.

D: I rapporti con Mosca potevano essere gestiti in altro modo?

Sì, e ci abbiamo anche provato. Ricordo un episodio che mi è rimasto impresso. Era l’inverno del 2004, novembre o dicembre, e mi incontrai con il più importante giornalista russo dell’epoca. Mi disse, senza giri di parole: “Stiamo diventando peggio dell’Unione Sovietica”. Io, allora, gli risposi: “Non è possibile, la luce dell’Europa è troppo forte”. Ma mi sbagliavo. Quella luce si è spenta in fretta.

D: E Putin?

Putin ha una visione di potere molto geometrica. È ossessionato dalla perdita del potere imperiale russo. Diceva chiaramente: “Non voglio la NATO ai miei confini”. Quando nel 2004 l’Unione Europea si è allargata a 10 Paesi, di cui 8 provenienti dall’ex blocco sovietico, per noi era una grande vittoria della democrazia. Ma anche solo accennare a un loro ingresso nella Nato per la Russia era una ferita. Putin ci disse: “Voi portate via tutti i Paesi che erano sotto la mia influenza, e pretendete che io non reagisca?”. Era un errore pensare che tutto sarebbe filato liscio.

D: Nel 2008 Bush propose l’ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Come reagì l’Italia?

Con Francia e Germania ci opponemmo. È una cosa che si dimentica spesso. Eravamo contrari, perché sapevamo che avrebbe scatenato tensioni fortissime. Ma poi le cose sono andate avanti per conto loro. La crisi ha continuato a crescere, passo dopo passo.

D: Secondo lei, l’Occidente ha sottovalutato la reazione russa?

Sì, e ha anche sbagliato la direzione. Io l’ho detto più volte: “Non darei mai un solo metro cubo di gas russo alla Cina”. E invece oggi Putin ha aperto tutti i rubinetti verso Pechino. E noi, l’Europa, restiamo fuori da ogni grande partita energetica.

D: L’Europa ha sbagliato strategia?

Ha perso tempo. Abbiamo avuto vent’anni per costruire un partenariato forte con la Russia, e li abbiamo buttati. Non abbiamo fatto investimenti veri, non abbiamo mostrato unità politica. Se fossimo stati un blocco compatto, con una sola voce, avremmo potuto coinvolgere Mosca in un progetto condiviso. Invece ora la Russia è agganciata alla Cina, e noi siamo tagliati fuori da due potenze. Non contiamo più nulla.

D: Capisce le ragioni della Russia?

Posso capirle, ma non giustificarle. Non possiamo accettare l’idea che ci siano Paesi a “sovranità limitata”. Ogni Stato deve poter scegliere liberamente a chi allearsi. La logica delle “aree d’influenza” è una visione ottocentesca. Eppure ci siamo ricaduti con tutti e due i piedi.

D: L’allargamento dell’Unione è stato un errore?

No, anzi. È stato uno dei momenti più belli della storia europea. Quando ero alla Commissione, ho lavorato per questo con convinzione. Però avevamo avvertito tutti: “Con 25 o 27 Paesi, i problemi si moltiplicano per dieci”. E così è stato. Avevamo bisogno di una governance più forte. E invece la macchina si è complicata, i veti si sono moltiplicati, e la solidarietà è diventata una parola vuota.

D: E l’Italia, che ruolo ha avuto in tutto questo?

Abbiamo spinto per l’allargamento, sì. Ma poi siamo rimasti ai margini. Francia e Germania hanno sempre fatto coppia. Noi no. Perché? Perché siamo stati fessi. Ricordo un episodio: un candidato tedesco alla Commissione Europea, durante la campagna elettorale, disse pubblicamente che il futuro dell’Europa era nelle mani di “Francia, Germania e Polonia”. E l’Italia? Nessuno la nominava.

D: Ma perché ci escludono?

Perché spesso non ci facciamo valere. Manca continuità, manca visione. Quando ero presidente del Consiglio, avevo costruito un rapporto fortissimo con Jacques Chirac. Ci sentivamo, ci consultavamo, prendevamo decisioni insieme. Poi è arrivato Sarkozy: stesso Paese, stesso partito… ma zero dialogo. Niente. È la dimostrazione che nelle relazioni internazionali conta la politica personale, ma anche la coerenza di un progetto nazionale.

D: Oggi ci sono nuovi progetti comuni in Europa?

Pochissimi. E quelli che ci sono non decollano. L’intelligenza artificiale, per esempio, è il terreno su cui si gioca il futuro. E noi siamo fermi. La Cina ha fatto un investimento straordinario: formazione, tecnologia, applicazione industriale. L’Europa? Niente. Abbiamo grandi università, grandi cervelli, ma nessuna capacità di coordinamento. Ogni Paese va per conto suo.

D: E sulle materie prime strategiche?

Anche lì, siamo tagliati fuori. I cinesi hanno messo le mani su mezza Africa. Gli americani controllano le filiere. Noi siamo i più grandi donatori in Africa, ma non abbiamo mai chiesto niente in cambio. Nessuna strategia. Siamo andati lì da benefattori, mentre gli altri stringevano accordi.

D: Ma la democrazia europea è ancora forte?

È in crisi. Profonda. La gente non vota più. Guardate l’Italia: alle ultime regionali hanno votato 3 milioni e mezzo di persone. Eppure il governo si regge su 12 milioni di voti. È legittimo, certo. Ma rappresenta una minoranza. La vera democrazia si regge sulla partecipazione, non sull’astensione.

D: E la sinistra?

Guarda sempre all’indietro. Ricordo un referendum recente in cui si discuteva ancora dell’articolo 18. Intanto, il mondo corre. Il primo Papa nato dopo la seconda guerra mondiale parla  di intelligenza artificiale mentre noi stiamo ancora a discutere di norme novecentesche come nel recente referendum sul Job Act. Così non si va avanti.

D: Ma lei crede ancora nell’Europa?

L’Europa è il pane politico più buono che sia mai stato impastato nella storia. Ma bisogna cuocerlo bene, quel pane. Non si può lasciarlo crudo o farlo bruciare. È un miracolo che tanti popoli diversi abbiano deciso di stare insieme. Ma serve un progetto. Un’Europa senza politica è solo un mercato. E un mercato senza regole è solo una giungla.

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