Il Presidente Mattarella in Valsusa
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| Il Presidente Mattarella ( a sinistra) nella redazione de La Valsusa |
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Valsusa.
Correva l’anno 1988, giorno 10 del mese di maggio. All’aeroporto di Caselle, in aereo, arrivava un ministro. Il suo nome? Sergio Mattarella. Era diretto in valle di Susa, invitato da Luciano Frigieri e da Guido Bodrato, per commemorare Aldo Moro, ucciso dieci anni prima dalle Brigate Rosse.
Prima di recarsi a Bussoleno, Mattarella fece tappa a Susa, per visitare la redazione del settimanale La Valsusa e per incontrare il vescovo di Susa, mons. Vittorio Bernardetto.
Al giornale non sfuggì l’occasione per un’intervista che, riletta oggi, 27 anni dopo, pare più che mai attuale.
Prima di recarsi a Bussoleno per tenere la commemorazione di Aldo Moro a dieci anni dalla morte, l’on. Mattarella ha visitato la redazione de “La Valsusa”.
Abbiamo approfittato dell’occasione e della disponibilità del ministro per porgergli alcune domande sui temi politici di maggiore attualità.
On. Mattarella, quali sono i compiti del Ministro per i rapporti col Parlamento?
Si tratta di compiti squisitamente politici, che un tempo svolgeva direttamente il Presidente del Consiglio, finalizzati al raccordo con i Presidenti delle Camere, con i capigruppo sia di maggioranza sia di opposizione, per organizzare e coordinare la presenza del Governo in Parlamento. Ciò significa riuscire a dare alle iniziative del Governo, nei vari settori e nei vari ministeri, una unitarietà di disegno tesa ad evitare disarticolazioni. Sono compiti che vanno svolti in maniera estremamente misurata, soprattutto perché i singoli Ministeri hanno delle competenze di cui sono gelosi e le Camere hanno una loro sovranità che va rispettata.
Siamo a dieci anni dalla morte di Aldo Moro. Giovanni Moro, figlio dello statista ucciso dalle Br, ha detto in una recente intervista che le polemiche su quei 55 giorni, continuando a sollevare solo questioni personali, rischiano di determinare quello che oggi molti vogliono: la rimozione del pensiero politico di Aldo Moro. Condivide questa preoccupazione?
Sono convinto che il tentativo ci sia stato e ci sia ancora, sono meno preoccupato che riesca. In questi anni si è provato molto, non soltanto ad accantonare ma quasi a esorcizzare il pensiero di Moro, il suo metodo di impostare i rapporti tra le forze politiche e la società. Ma è un tentativo di rimozione che a me sembra fallito. Sono quindi meno preoccupato, non solo perché siamo a dieci anni dalla morte di Moro, ma per la forza delle cose che in questo momento stanno portando la stagione politica ad un rapporto tra le istituzioni, le forze politiche e la società, più creativo ed innovativo. Mi pare che si stia imponendo con evidenza l’attualità dell’azione politica, coerente ed omogenea, che Moro conduceva.
L’omicidio Ruffilli ci dice che il terrorismo non è ancora sconfitto. La criminalità organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta) ha ramificazioni dure a morire. Sullo sfondo c’è il quadro inquietante del terrorismo internazionale più che mai tragicamente attivo. La guardia non va abbassata. Secondo lei basta, da solo, l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura o sono necessarie anche risposte di tipo politico, tese ad affrontare alle radici le cause di queste malattie che rischiano di essere letali per la convivenza civile?
Darei risposte diverse per il terrorismo e per la criminalità organizzata. Per quest’ultima direi che l’attenzione delle forze dell’ordine, del Governo e della Magistratura, non è stata abbassata e si mantiene sufficientemente alta. Solo che le risposte di carattere preventivo e repressivo, da sole, sono insufficienti perché non possono sconfiggere davvero i fenomeni come la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. Quello che occorre è indubbiamente una risposta di carattere politico. Occorre, cioè, che vi sia un irrobustimento del tessuto socio-economico di quelle regioni che lo renda meno penetrabile e permeabile dai fenomeni criminali della violenza, della corruzione e del ricatto. Senza questo processo, si potranno ottenere successi di ordine pubblico, preventivi e repressivi ma non si sconfiggeranno le radici del fenomeno.
Il terrorismo, invece, è secondo me sconfitto. Dico questo non per sostenere che si possa arrivare ad alcune affermazioni di perdonismo quali quelle avanzate da qualche mese a questa parte. Una cosa è il perdono, una cosa è l’azione dello Stato che ha il dovere di non dimenticare quello che è accaduto. Il terrorismo è quindi politicamente sconfitto. Che vi siano ancora sacche di formazioni terroristiche che colpiscono, uccidono e creano pericoli per l’ordinata convivenza è un fatto che non può fare dimenticare questa considerazione storica. Occorre che da parte dello Stato ci sia un’azione di indagine e di individuazione molto attenta.
Il Governo De Mita è nato sotto il segno delle Riforme Istituzionali. Mi pare siano stati individuati, in questa fase, due obiettivi: migliorare il funzionamento delle Istituzioni “centrali” (Governo e Parlamento) e ridefinire il ruolo e i compiti delle autonomie locali. In questi ambiti, quali saranno le priorità? Che cosa cambierà in concreto per la gente?
Non c’è in queste cose una priorità. La revisione del bicameralismo e della struttura del Governo e quella delle autonomie locali hanno una contemporaneità logica che porta il Governo ad immaginare che si debbano affrontare insieme, risolvendole grosso modo nello stesso periodo. Che cosa cambierà? Si tratta di modifiche i cui effetti non sono immediatamente percepibili perché incidono nel profondo del rapporto tra cittadini e istituzioni. Ma, mirando a rendere più adeguate le istituzioni rispetto alla loro autentica rappresentatività e alla loro capacità di incanalare le attese, i problemi, le esigenze della gente, dovrebbe derivarne nell’immediato una maggiore fiducia da parte della gente stessa, che potrà sentirsi meglio rappresentata.
Il Presidente Cossiga ha detto che i partiti devono autoriformarsi. Recentemente si è sentito parlare addirittura di “leninizzazione strisciante” della società, con i partiti che invadono e occupano spazi non di loro competenza, mentre dovrebbero svolgere il ruolo, assai più delicato e importante, di ponte tra la società e le Istituzioni. Sovente questa occupazione indebita di spazi sconfina nella corruzione, riproponendo l’ormai annosa questione morale. Da più di dieci anni la Dc parla di rinnovamento. A che punto è? Come intende recuperare la sua origine di forza popolare?
Io credo che stia cercando di recuperarla e che l’abbia in buona parte recuperata. D’altronde, il rinnovamento non è una ricetta che dà un risultato terapeutico immediato ma è, piuttosto, un’attitudine continua di una forza politica che cerca di adeguarsi alle esigenze che emergono. Naturalmente, in alcuni periodi se ne parla di più perché maggiore è il divario tra quel che si dovrebbe essere e quello che si è. Farei poi una distinzione tra il fenomeno dell’occupazione della società e quello della corruzione e della questione morale. I fenomeni di corruzione che sono emersi sono probabilmente poca cosa rispetto a quello che realmente c’è. Qui non si può avere nessuna remora e nessuna incertezza. C’è da augurarsi che tutti coloro che sono preposti agli accertamenti e alle indagini facciano luce fino in fondo su ogni cosa su cui vi sia il sospetto di corruzione.
L’altro problema è anche importante. Vi è stato certamente un espandersi dei partiti in settori sociali che non competono loro. Ma non tanto per arroganza. Agli inizi c’è stata una debolezza del tessuto sociale. Questo ora è cresciuto e si è rafforzato. Vi è un processo di aumento del protagonismo sociale che conferisce a molte energie della società la capacità di auto organizzarsi e di autogestire alcune esigenze e problemi della convivenza. Questo richiede che i partiti si ritirino e lascino spazio alla crescita della società che, in realtà, non è un fallimento ma una vittoria dei partiti politici perché vuol dire che cresce la democrazia.
Un’ultima domanda. A chi voglia impegnarsi onestamente e perseguire ideali di libertà, giustizia e solidarietà, la politica appare sempre più come una strada difficile, probabilmente pericolosa. Eppure non mancano energie e disponibilità nuove. Quali spazi offre oggi la Dc ai giovani? Lei, signor ministro, che cosa direbbe a un giovane che desidera impegnarsi in politica?
Tutto questo è vero. E’ molto difficile. Un giovane che voglia impegnarsi troverà molte difficoltà, molte gelosie e resistenze da parte di chi è già nella politica e non vuole dare spazio ad altri. Però bisogna impegnarsi lo stesso; i talenti che ognuno ha deve spenderli. Non si può immaginare di concorrere, come si ha il dovere e il diritto di fare, a cambiare e a migliorare la società e a farla progredire, se non ci si immette, spendendosi anche personalmente, nell’impegno politico

